Agricoltura nello spazio

Per i lunghi stazionamenti nello spazio è necessario avere abbastanza risorse, come cibo, acqua e ossigeno, che aumentano il peso del carico (anche l’aria ha una massa!), e maggiore è il peso maggiore è l’energia che serve per generare la spinta necessaria per mandare una astronave in orbita; per questo si parla di autosufficienza nello spazio: se gli astronauti riuscissero a produrre il proprio cibo in orbita, riproducendo i semi delle piante, si potrebbe avere anche una fonte di acqua pulita e di ossigeno, e oltretutto si potrebbe alleggerire il peso totale del carico, diminuendo così anche il costo. A questo scopo, ESA e NASA hanno svolto (e stanno svolgendo) esperimenti per capire se sia possibile che le piante riescano a crescere in assenza di gravità. La NASA ha avviato il progetto APH (Advanced Plant Habitat): si tratta di un nuovo modulo, inserito di recente nella stazione orbitante, che prevede serre in cui le piante crescano in assenza di gravità e senza suolo: utilizza, cioè, l’aeroponica, per cui l’acqua e i nutrienti nebulizzati vengono direttamente a contatto con le radici delle piante. L’aeroponica risulta un metodo rapido ed efficiente per riprodurre i semi delle piante, che, in assenza di suolo, privo di parassiti, sono più nutrienti, nonché ricchi di minerali e vitamine. Inoltre, riduce l’utilizzo dei pesticidi del 100% (niente terreno = no parassiti = no pesticidi), di acqua del 98% e di fertilizzanti del 60% (poiché non si disperdono nel terreno ma arrivano direttamente alla pianta). E’ stato anche dimostrato che nello spazio le piante crescono più velocemente, perché, grazie all’esposizione a luci Led 22 ore su 24, queste riescono a compiere la fotosintesi clorofilliana (potenziale fonte di ossigeno) e quindi accelerano il loro processo di crescita; mentre sulla Terra si produrrebbero uno o forse due raccolti all’anno, nello spazio è possibile arrivare a produrne addirittura sei (tre volte tanto).

Carlotta Palavanchi 1M

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